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 Antonio Rosmini

 Introduzione alla figura di Antonio Rosmini

Antonio Rosmini Serbati è oggi una delle figure più vive e stimolanti nel panorama della cultura occidentale italiana ed europea, religiosa e laica. Vissuto nella prima metà del secolo diciannovesimo (Rovereto 1797 – Stresa 1855), sacerdote, religioso, fondatore di due ordini religiosi (Istituto o Società della Carità e Suore della Provvidenza), pensatore enciclopedico con più di cento opere che costituiscono una specie di summa totius christianitatis filosofica e teologica (il paragone è di Michele Federico Sciacca), visse stimolando attorno a sé la promozione della Carità (che per lui equivaleva a Dio-Amore) in tutte le sue direzioni: temporale (sostegno ai poveri di ogni genere), intellettuale (servizio all’intelligenza degli uomini), spirituale (aiuto al bisogno di santità).

Lo spirito con cui si mosse gli fu suggerito dallo stesso Papa Pio VIII: condurre gli uomini alla religione per mezzo della ragione.
Egli avvertì in modo acuto soprattutto il bisogno per la cultura occidentale di tenere unite ed in amicizia ragione e fede, vangelo e progresso, mondo naturale e soprannaturale, scienza e fede. Capì che la storia moderna correva il rischio di chiudere l’uomo in se stesso, in nome della ragione; cioè di staccarlo dal trascendente, di ripiegarlo sulle sue proprie forze, di convincerlo a foggiarsi la vita senza avere bisogno di Dio. Un cammino di morte, che avrebbe portato allo smarrimento dell’intelligenza ed alla perdita dei valori etici e spirituali.
Per compiere la sua missione evangelizzatrice di carità intellettuale Rosmini scelse un linguaggio ed un metodo più consoni ai tempi, ma rimase saldamente ancorato ai valori puri, alle perle autentiche della tradizione cristiana: egli promosse gli stessi contenuti di fede di Agostino e di Tommaso, attinse arricchendolo allo stesso deposito, ma inaugurò un metodo, che semplificava in questa espressione: mentre le scuole precedenti partivano da Dio per giungere all’uomo, io sono partito dall’uomo per giungere a Dio.
Parallelamente, in campo politico, insieme all’amico Manzoni, Rosmini guardava con un certo interesse le sorgenti democrazie liberali, individuando in esse la presenza di un nucleo evangelico di libertà e di dignità della persona umana, che andava incoraggiato e purificato.
Il linguaggio nuovo, il metodo capovolto, l’attenzione ai movimenti democratici, uniti a certe felici intuizioni che poi risultarono profetiche, suscitarono nella componente tradizionalista cattolica una certa apprensione, nella quale si nota oggi chiaramente sia la cortezza di vedute degli avversari, sia la confusione fra il messaggio e i mezzi nuovi in cui veniva comunicato. Essi cioè temevano che la dottrina di Rosmini inducesse a  stravolgere il dogma cattolico e tentasse di introdurre la democrazia nella Chiesa. Sul versante della cultura laica era invece la purezza della sua ortodossia cristiana che veniva contestata, il suo tenere intrecciate in amicizia ragione e fede. I primi appiattivano Rosmini su Tommaso, contestandogli superficialmente la non fedeltà alle parole di Tommaso, i secondi appiattivano Rosmini su Kant e sull’idealismo tedesco, contestandogli la non fedeltà alla visione idealista.
Ci volle un secolo e mezzo perché la figura di Rosmini, purificata dalle passioni e dalle visioni partigiane del tempo, venisse a galla in tutta la sua limpida santità di pensiero. Mentre mai nessuno che ne conoscesse il vissuto osò mettere in dubbio la sua alta testimonianza di santità.
In un primo tempo Rosmini soffrì per il suo modo di rapportarsi verso le emergenti democrazie. Nel 1849 i suoi due libri Le cinque piaghe della santa Chiesa e La Costituzione secondo la giustizia sociale furono messi all’Indice dei libri proibiti.
Ma gli avversari quasi costrinsero Pio IX a far esaminare tutte le altre opere pubblicate fin allora da Rosmini, nella speranza di averne una condanna. Esame serio, durato parecchi mesi, attento ai contenuti, seguito personalmente dal Papa, dal quale le sue opere uscirono indenni da qualunque censura ecclesiastica (1854).
La conclusione di Pio IX deluse quanti si aspettavano una condanna di tutto il suo pensiero. Dopo la morte di Pio IX, gli avversari di Rosmini ottennero che le sue opere venissero esaminate una seconda volta. La conclusione stavolta li soddisfece, perché portò ad una condanna, sia pur cautelativa, di quaranta proposizioni rosminiane, tratte da molte sue opere, con la ragione che “non sembravano consone alla verità cattolica”. Quel “non sembravano” si può giustificare dalla novità delle parole e del metodo, con l’aggiunta di una ragionevole apprensione circa l’influsso che l’idealismo aveva sui contemporanei.
Seguì un lunghissimo periodo di studi minuziosi e attenti sul pensiero di Rosmini, sui suoi contenuti, sulla sua ortodossia, sulla sua comunione di idee col tomismo e sulle sue prese di distanza dall’idealismo. Era in fondo quanto veniva suggerito dal documento stesso di proibizione, simile ad una sospensione di giudizio più che ad una condanna definitiva. Questo fervorio di studi, accompagnato da una realtà sociale e politica che andava cambiando in direzione delle intuizioni rosminiane, fece emergere un nuovo Rosmini, al quale finalmente si andava restituendo la sua vera carta di identità.
Sul versante laico prima fu Giovanni Gentile ad accorgersi della sua grandezza di pensiero, pur continuando a non vedere i suoi valori religiosi, anzi tentando di portarlo verso tesi idealistiche. Sul versante cattolico furono gli studi di Michele Federico Sciacca a far emergere la limpida ortodossia e la peculiarità di Rosmini come pensatore cattolico di razza. Sul versante strettamente rosminiano invece furono i padri del suo Istituto religioso a promuovere la figura e il pensiero di Rosmini nella sua integrità, tenendo il deposito da lui lasciato lontano da strumentalizzazioni e interpretazioni errate di ogni genere.
Man mano che i decenni passavano, la sua figura santa e il suo pensiero cominciarono a imporsi con sempre maggiore evidenza. Nel Concilio Vaticano II già qualche vescovo si levò a difenderne la sua figura profetica, i Papi che seguirono Pio XII ebbero tutti parole di stima e di apprezzamento per lui, finché giunse il tempo delle commissioni pontificie del riesame delle sue opere. Dopo ben tre commissioni, della durata di circa due anni ciascuna, si giunse alla conclusione della Nota della Congregazione del luglio 2001, che scioglie definitivamente le riserve fissate nel 1888. In fondo essa dice che quelle quaranta proposizioni erano state cautelativamente proibite perché era necessario che i tempi e gli studi chiarissero la loro esatta valutazione. Gli studi erano stati fatti, i sospetti dissipati: non c’era più dunque ragione di mantenere la riserva e la sospensione di giudizio.
Con l’imminente beatificazione dunque la madre Chiesa offre ai contemporanei un figlio genuinamente suo, integro perché santo sia come testimone di vita, sia come maestro. I suoi scritti costituiscono un patrimonio intellettuale spirituale e teologico ricco e stimolante, nel quale Rosmini ha accumulato e messo a disposizione dei fratelli tesori antichi e nuovi del deposito della fede.
Egli può aiutare i laici all’uso corretto della ragione, ad aprirsi fiduciosamente alla salvezza e al trascendente. Ai credenti offre la possibilità di una santità riflessa, cosciente, intelligente, che coinvolga tutto l’uomo (sentimento, ragione, volontà). A tutte le parti poi egli si propone come costruttore di ponti e di dialogo, una persona amica che convince ad ospitare in sé la verità tutta intera, ad amare Dio e il prossimo con tutto se stessi, pensando ed amando in grande, cioè cercando in tutto ciò che si fa o si pensa o si ama il meglio.
Soprattutto Rosmini oggi ci insegna come coniugare il terreno col celeste, il temporale con l’eterno, la verità con la carità, la fragilità umana con la potenza della grazia di Dio, la dignità della persona umana con l’esigenza della croce di Cristo. Più ci si accosta alle pagine da lui scritte, più si conosce la carità con la quale rese operanti le verità da lui vedute e trasmesse, più ritorna in noi la speranza di poter rintracciare la verità perduta, e ritorna il senso globale ed ultimo della vita umana.

In conclusione, io vedo la beatificazione di Rosmini in piccola parte, se si vuole, come un riconoscimento della sua grandezza umana e spirituale che spazza le nubi del passato accumulate su di lui, il sigillo dovuto ai meriti da lui accumulati nel servire la Chiesa e il prossimo. Ma soprattutto vedo la beatificazione come un ponte gettato sul futuro, come una promessa da usare e valorizzare. Come se la Chiesa ponesse sul candelabro una lucerna rimasta a lungo sotto il tavolo, esortandoci in questi tempi di buio della verità e della carità (nichilismo e relativismo) a servirci della luce di verità e del fuoco di carità che da essa emanano.  

 

Umberto Muratore
direttore del Centro Internazionale di studi rosminiani



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