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Gesù “divenne” Theós o Kýrios? In dialogo con alcune opere recenti

Ricezione tra testimonianza e testificazione

03 Febbraio 2024 ,  Conferenza

SINTESI

Non solo genericamente “Dio”, ma Kýrios, equivalente del nome sacro impronunciabile di Dio. Così Gesù viene presentato nei Vangeli, in una parabola che nei sinottici parte dalla narrazione della sua vicenda umana per mostrarne la divinità, mentre nel quarto Vangelo parte dalla preesistenza del Verbo di Dio, che si incarna nella storia. Come giunse la comunità credente a tali consapevolezze? Tra gli studiosi che si sono dedicati al tema, Hurtado evidenzia come la comunità credente abbia venerato Gesù come Kýrios negli inni usati ambito celebrativo e liturgico, cosa sorprendente in una religione monoteistica, in cui Adonai non poteva avere comprimari. Ehrman ritiene che la divinità di Gesù sia frutto di una riflessione dei discepoli dopo la sua morte, a partire dalla risurrezione di Gesù, in cui credevano. Boccaccini mostra come, nella complessa fenomenologia del divino, Adonai, con cui Gesù è identificato, ha la prerogativa esclusiva di essere il Creatore, colui dal quale dipende lo start di tutto. Tutti e tre gli autori ritengono che la riflessione cristologica sia stata opera esclusiva della comunità credente, svolta dopo la morte e la (creduta) risurrezione del Maestro, in un processo di mitizzazione delle proprie origini comune a tutte le culture. È tuttavia ragionevole ipotizzare che la rielaborazione dei fedeli sia partita da categorie di lettura maturate nell’esperienza vissuta con Gesù stesso, e tratte dal testo fondatore – i primi tre capitoli di Genesi – che stava alla base della loro halakhah ed era perciò probabile oggetto di assidua meditazione. In esso troviamo le parole con cui Adonai predice al serpente che la stirpe della donna gli schiaccerà la testa. Profezia che riecheggia in Is 7,14 in cui la “vergine” concepirà il Dio-con-noi. Essa, realizzata storicamente da Ezechia, che elimina l’idolo del serpente da Gerusalemme, resta aperta al futuro e si ripresenta in Gesù, “nato da donna” senza intervento maschile, ma per opera della potenza di Dio, che nel grembo di Maria ha dato origine al nuovo Adam – immagine di Dio –, attuando un nuovo processo di creativo. L’intervento dello Spirito non è sostitutivo del seme umano, ma rappresenta lo start di una nuova creazione, che fa ripartire la storia. Gesù così è figlio di Dio in senso proprio, e non in senso adottivo come il popolo e il suo messiah, e il nato da donna è l’iniziatore di una stirpe che si oppone al demonio, realizzando la profezia di Genesi. L’inno di Fil 2,5-11 mostra il nuovo Adam, creatura a immagine di Dio, che accetta in fedeltà al Padre di abbassarsi alla forma del servo, spogliandosi della forma divina; il Creatore perciò dona a lui il suo nome di Kýrios, di cui si spoglia a favore del Figlio, per mantenere a sé il nome di Abbà, che il Figlio stesso gli ha attribuito. È l’esito di una cristologia del basso che, dopo la morte e risurrezione di Gesù, crea le premesse per l’elaborazione del tema della preesistenza del prologo di Gv, che parte sempre dal testo generatore di Gen 1-3, il quale fonda la teologia della parola che esce dalla bocca di Dio e si trasforma in realtà: Gesù è “luce”, la prima parola di Dio, e incarnandosi diventa Adam, come nell’atto ultimo di creazione divina del sesto giorno. I testi iniziali di Genesi, fonte della halakhah di Gesù e del suo gruppo, appaiono così essere fondamento e premessa della comprensione dell’identità di Gesù negli scritti neotestamentari.

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